La corsa fa bene al cervello e alla memoria.

Ci scarica, ci permette di rimanere in forma e in salute, e fa bene anche al cervello. L’esercizio fisico, e la corsa in particolare, infatti ha anche effetti sul sistema nervoso, stimolando la produzione di nuovi neuroni. Ma non solo. Uno studio pubblicato su Stem Cells, capeggiato dai ricercatori dell’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibcn-Cnr) di Roma, mostra anche che la corsa è in grado di stimolare la produzione di nuove staminali neuronali, ritardando l’invecchiamento cerebrale e migliorando le performance menomoniche.
La ricerca, presentata proprio in occasione della Settimana Mondiale del Cervello (dal 10 al 16 marzo 2014), è la prima a dimostrare che la perdita di staminali nell’età adulta non è un processo irreversibile, come spiega Stefano Farioli-Vecchioli dell’Ibcn-Cnr, coordinatore dello studio: “Con il nostro esperimento, lavorando su un modello murino con deficit neuronali e comportamentali, causati dalla mancanza di un freno proliferativo delle cellule staminali (il gene Btg1), abbiamo invece constatato che nel cervello adulto un esercizio fisico aerobico come la corsa blocca il processo di invecchiamento e stimola una massiccia produzione di nuove cellule staminali nervose nell’ippocampo, aumentando le prestazioni mnemoniche. In sostanza la neurogenesi deficitaria riparte quando, in assenza di questo gene, si compie un’attività fisica che non solo inverte totalmente il processo di perdita di staminali ma scatena un’iper-proliferazione cellulare con un effetto duraturo”.
Il gene al centro dello studio, Btg1, è noto per regolare negativamente la proliferazione cellulare. Se assente inizialmente questo si traduce in un’aumentata proliferazione delle cellule staminali e dei progenitori neurali nella fase post-natale, ma questa proliferazione è solo transiente, arrestandosi dopo un paio di mesi nei topi privi del gene, come mostrato in uno studio precedente da Farioli-Vecchioli e colleghi. “Le cellule staminali neuronali”, spiega il ricercatore a Wired.it, “hanno un potenziale proliferativo limitato. Nei topi che mancano del gene Btg1 questo potenziale si esaurisce precocemente e le cellule vanno incontro a senescenza, non si replicano più, fino a morire di apoptosi, e così lo stesso pool di staminali adulte e di progenitori neuronali diminuisce”. Nel nuovo studio gli scienziati hanno però mostrato che questo processo non è irreversibile: “L’esercizio fisico, la corsa, nei topi che mancano del gene è in grado di ripristinare la capacità proliferativa compromessa, senza portare a deplezione delle riserve cellulari”, continua Farioli-Vecchioli, “Ma perché questo avviene non è chiaro”.
“La scoperta pone le basi per ulteriori ricerche mirate ad aumentare la proliferazione delle staminali adulte nell’ippocampo e nella zona sub ventricolare. I risultati avranno delle implicazioni molto importanti per la prevenzione dell’invecchiamento e della perdita di memorie ippocampo-dipendenti”, ha dichiarato in una nota Farioli-Vecchioli, che ora insieme ai colleghi cercherà di scoprire se gli stessi meccanismi possono valere anche su modelli murini di Alzheimer, Parkinson o di eventi ischemici, isolando e trapiantando le cellule staminali iper-attivate.

Fonte: Wired

Alzheimer: nuovo test del sangue prevede lo sviluppo della malattia



NEW YORK - Un test del sangue capace di prevedere con un'accuratezza del 90% lo sviluppo dell'Alzheimer in una persona nell'arco di tre anni è stato sviluppato da un gruppo di ricercatori americani. Secondo gli studiosi, si tratta di un "passo avanti molto importante", che potrebbe permettere, grazie alla diagnosi precoce, di contrastare o prevenire la malattia. Lo studio è stato pubblicato su Nature Medicine.

"Il nostro nuovo test del sangue offre la possibilità di identificare le persone a rischio di declino cognitivo progressivo e potrà cambiare la maniera in cui i pazienti, le loro famiglie e i medici gestiranno la malattia", ha dichiarato Howard Federoff, il principale autore dello studio, che insegna alla Georgetown. Gli scienziati hanno individuato dieci lipidi (grassi) nel sangue che possono essere usati per predire lo sviluppo della malattia; questi test del sangue potranno cominciare a essere sperimentati entro due anni.

Gli scienziati della Georgetown sono arrivati al risultato dopo aver esaminato 525 persone in buona salute e con più di 70 anni, controllandole per cinque anni. Hanno regolarmente analizzato, dopo tre anni, i campioni del sangue di 53 persone che avevano nel frattempo sviluppato l'Alzheimer, confrontandoli con quelli di 53 persone "cognitivamente normali": i ricercatori hanno così scoperto che i dieci lipidi individuati avrebbero potuto predire con un'accuratezza del 90% i casi di malattia: il livello di questi grassi, infatti, era più basso nel sangue delle persone con i sintomi dell'Alzheimer.

Più di 35 milioni di persone nel mondo soffrono di Alzheimer e secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, il numero di malati potrebbe raddoppiare ogni 20 anni, arrivando a 115 milioni nel 2050. Contro questa malattia neurodegenerativa non esiste un trattamento veramente efficace: le terapie esistenti, al momento, permettono di ridurre i sintomi, ma non rallentano completamente l'avanzamento della malattia. La ricerca internazionale è però convinta che l'unico modo per fermare la malattia sarebbe quello di iniziare un trattamento prima che nei pazienti compaiano i primi segnali. Secondo Federoff, citato dal Telegraph, essere capaci di predire la malattia prima che si manifestino i sintomi potrebbe offrire "una finestra di opportunità" fondamentale per sviluppare medicine efficaci per combatterla.

Fonte: riportato integralmente da la Repubblica

Italiani, smemorati ma strateghi

 PASSATI i 40 le giornate sono spesso costellate da una serie infinita di domande. Non sul senso della vita, ma molto più banalmente e prosaicamente una litania di: dove ho messo il telefono, chi ha preso le chiavi di casa,cosa stavo cercando in cucina, quel signore lo conosco ma chi è?". Se vi riconoscete non preoccupatevi, siete la maggioranza di un esercito di smemorati (non solo nelle aule dei tribunali) che ogni giorno scrive o digita elenchi su elenchi di impegni sperando che entrino in testa (59%) addobba, invade le case con postit gialli dal bagno all'ingresso (uno su due), o imposta i telefonini perché squillino a ricordare impegni, incontri, acquisti da fare.

"Le medicine non servono". Che fare?
Calo di memoria? Tutto normale, rassicurano gli esperti, e conferma un'interessante ricerca di Altroconsumo che ha interrogato 11mila persone sulla smemoratezza incipiente, una realtà che addirittura per un 30% dà già qualche segno di cedimento dopo i vent'anni. "Il calo di memoria non è una malattia ma un fatto fisiologico o legato all'età, che stress, alcol, psicofarmaci, droghe e poco sonno possono aggravare. E per il 70% integratori e farmaci non hanno migliorato la capacità di ricordare" dice Lorenzo Zucchi che ha elaborato statisticamente le risposte.

Mentre gli esperti ricordano che per rafforzare la memoria bisogna avere una buona vita sociale e sonni lunghi, fare le parole crociate e avere più interessi, la gente ha scelto le sue vie di sopravvivenza personali. Gli oltre diecimila intervistati dall'associazione che difende i consumatori hanno infatti raccontato i loro vuoti di memoria, le loro difficoltà e i loro trucchi più usati per sopravvivere ai non ricordo improvvisi, alla vita di corsa che rallenta perché non si trovano le chiavi di casa e non si può uscire, la macchina parcheggiata la sera sembra improvvisamente scomparsa e via dicendo.
Il 59 % degli intervistati fa la lista della spesa, non solo di cibi, ma di impegni. Su carta o sul telefonino per averla sempre a portata di mano. Il 51% scrive appunti su fogli o invade casa, ufficio ma anche la macchina di post.it sperando di ricordarsi gli impegni inderogabili. Sperando di notare la mattina con gli occhi annebbiati quel foglietto giallo appiccicato in bagno sul vetro dove ha scritto una telefonata fondamentale da fare. Chi di sé non si fida, si affida al telefonino, mette sveglie che suonino all'ora in cui deve chiamare quella persona, o segna nel calendario. Il 50 % tiene un'agenda degli appuntamenti su carta o telefonica. Il 46 % lascia la penna e preferisce puntare tutto sulla memoria visiva e fotografica: tiene gli oggetti a portata di vista e di mano per non dimenticare di prenderli, da qui l'abitudine di mettere un cestino vicino alla porta di casa dove mettere le chiavi per evitare la solita caccia al tesoro prima di uscire, o il non mettere in ordine nei cassetti le cose da portare via ma impilarle all'entrata sperando di notarle prima di inciamparci.

La sensazione di una diminuzione della memoria comincia presto. Il 30% dei ragazzi tra i 20 e i 30 intervistati la sentono già, il 41 % degli under 40, il 50% tra i 40 e 50, con un aumento in media di dieci punti ogni dieci anni... fino al 65% degli intervista che veleggiano tra i 70 e gli ottanta.


Fonte: Repubblica Scienze. Per leggere l'articolo originale integrale cliccare qui

La lunga memoria della mimosa pudica.

Le piante sono in grado di apprendere e di conservare memoria delle informazioni. Lo dimostra per la prima volta un esperimento realizzato al Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale - Linv dell'Univer-sità di Firenze e descritto in un articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista scientifica Oecologia ("Experience teaches plants to learn faster and forget slower in environments where it matters").

Stefano Mancuso, responsabile del Linv, assieme ai ricercatori della University of Western Australia Monica Gagliano, Michael Renton e Martial Depczynski, ha sottoposto a stimoli di varia natura alcune piante di Mimosa pudica, un arbusto che chiude le sue foglioline non appena viene disturbato, dimostrando l'abilità di distinguere tra i diversi stimoli e di memorizzare le informazioni per lunghi periodi di tempo.
"Abbiamo addestrato le piante a ignorare uno stimolo non pericoloso, la caduta del vaso in cui sono coltivate da un'altezza di 15 centimetri, ripetendo l'esperienza. Dopo alcune ripetizioni - ha spiegato il ricercatore le piante di mimosa non hanno più chiuso le foglie, risparmiando tra l'altro energia. Allevando le piante in due gruppi separati, con disponibilità di luce diverse, è stato possibile dimostrare infatti che quelle coltivate a livelli luminosi inferiori, e quindi con meno energia, apprendono più in fretta di quelle che ne hanno di più. Come se non volessero sprecare risorse. Le piante hanno mantenuto memoria delle esperienze per oltre 40 giorni". E ha concluso: "Dobbiamo ancora capire come e dove i vegetali conservino queste informazioni e come facciano a richiamarle quando è necessario. Per farlo applicheremo ad altri tipi di piante, in particolare quelle carnivore, le tecniche utilizzate per studiare il comportamento degli animali".


Fonte: Repubblica Scienze

Il cervello colora i ricordi

A tutti piace credere che i propri ricordi siano nitidi e precisi, ma non è così: quelle immagini della nostra infanzia che crediamo di ricordare come fosse ieri, in realtà, sono ricolorate da esperienze presenti e sono tutt'altro che veritiere istantanee del passato. Il cervello riscrive il nostro passato arricchendolo di dettagli venuti dal presente. In altri termini i ricordi sono tutt'altro che precisi, sono 'ricolorati' dal presente, rimescolati con le esperienze presenti. È quanto emerso da uno studio su un gruppo di volontari diretto da Donna Jo Bridge della Northwestern University e pubblicato sul Journal of Neuroscience.
Per vedere i trucchi della memoria gli esperti hanno chiesto al gruppo di volontari di ricordare in quali scenari fossero posizionati degli oggetti. Poi hanno mostrato loro luoghi simili e chiesto di riposizionare gli oggetti. Infine nella terza fase della prova i volontari dovevano riposizionare nuovamente gli oggetti: ebbene, tendevano a localizzarli un po' nel luogo originario di appartenenza, un po' nei luoghi simili appena osservati, mixando insomma i due ricordi.
La memoria, nella fattispecie l'ippocampo che ha la funzione di organizzare i ricordi, si comporta come un montatore di film, sovrapponendo scene del passato e del presente.
Una delle funzioni più importanti della memoria e del bagaglio di ricordi che ci portiamo dietro è quella di orientarci nel presente, di non farci commettere errori già commessi in passato, insomma di aiutarci a vivere il presente forti delle esperienze passate. Ed è per questo che i ricordi sono continuamente aggiornati dal cervello, mescolati con esperienze appena vissute.

Fonte: riportato integralmente da Corriere Ticino

Un'alimentazione ricca di omega-3 aiuta la memoria.

Perché una dieta ricca di omega-3 migliora le prestazioni cognitive e di memoria? Ha cercato di scoprirlo un gruppo di ricercatori del centro di Neuroscienze della facoltà di Medicina dell'Università di Alberta guidati da Yves Sauve. I loro risultati sono stati recentemente pubblicati su Applied Physiology, Nutrition, and Metabolism.

Da quanto è emerso, sembra che le cellule della regione dell'ippocampo riescano a comunicare meglio le une con le altre in presenza di elevate quantità di DHA (acido docosaesaenoico, uno dei principali acidi grassi del gruppo omega-3). Secondo Sauve, il nostro organismo trasferisce le scorte di questo acido nel cervello. Una dieta ricca di acidi omega-3, quindi, fornisce all'ippocampo una riserva che diventa preziosa per il funzionamento cellulare e per l'efficacia del nostro sistema cognitivo.

L'acido docosaesaenoico si trova nel pesce e nell'olio di pesce.
Riportato da: ScienceDaily


L'identità delle cellule

Le cellule differenziate "si ricordano" della loro identità anche quando si trovano in un ambiente cellulare del tutto nuovo. Questa capacità di effettuare il programma genetico corretto dopo la divisione cellulare in un ambiente estraneo è stata precedentemente attribuita a diversi fattori epigenetici (ossia capaci di trasformare una cellula indifferenziata in una che assume un ruolo ben definito), ma ora due ricercatori dell'Università di Cambridge (UK), sembra siano riusciti a identificare anche il "luogo" nel quale risiede questa memoria. Essa sarebbe legata a una molecola, chiamata istone H3.3, che interagisce con il Dna: i ricercatori hanno anche evidenziato come tale memoria sia particolarmente stabile. Infatti, trasferendo i nuclei (sede del Dna) di cellule della linea miogenica, ovvero cellule che andrebbero a formare i muscoli, in un altro tipo cellulare al quale era stato tolto preventivamente il nucleo, anche dopo ben 24 divisioni, le cellule esprimevano ancora un gene caratteristico delle cellule muscolari. [ST]


Riportato da Focus.it

Falsi ricordi di bambini dimenticati: una mamma racconta

Avevo la netta impressione di aver sistemato ogni cosa. Ho lasciato l'auto nel parcheggio dell'azienda e sono uscita senza voltarmi indietro. È difficile immaginarlo, lo so, ma in quell'istante non sono stata neppur lontanamente sfiorata dal pensiero che Bryce potesse essere rimasto nel suo seggiolino in macchina. Quel giorno non ho avuto un attimo di tregua. La babysitter deve aver pensato che Bryce fosse rimasto a casa, sapendo che era stato poco bene. Abbiamo tentato, tutte e due, di telefonarci a più riprese, ma le linee erano occupate. Quando alla fine ci siamo parlate, la babysitter mi ha chiesto, «Come sta Bryce?». Non capivo. Ho risposto: «Come sarebbe a dire? Il bambino è da te». Ma lei ha ripetuto, «Lyn, non è qui da me. Non me l'hai portato stamattina».

Sono tornata alla macchina correndo come una pazza. Ripassavo mentalmente il tragitto verso l'ufficio. Ricordavo di aver consegnato Bryce alla babysitter, di averle parlato. Si chiamano «ricordi falsi»: quando ripeti un'azione quotidianamente, ti ricordi di averla compiuta, anche se così non è. Sono stata colta dal panico, non riuscivo a capacitarmi dell'accaduto. Il solo pensiero che avessi dimenticato mio figlio in macchina mi toglieva il respiro. Ero sconvolta, e speravo, se il piccolo era effettivamente rimasto chiuso nell'auto, di trovarlo stanco, bagnato, affamato, ma niente di più grave.

Solo quando sono arrivata alla macchina e l'ho visto mi sono ricordata com'erano andate realmente le cose. Non lo avevo consegnato alla babysitter. Bryce era nel suo seggiolino, il faccino un po' arrossato. Aveva gli occhi chiusi, non dava segni di vita. Sembrava un bambolotto. Mi sono messa a urlare. L'ho estratto dall'auto e ho cercato di praticargli la respirazione bocca a bocca, poi ho gridato cercando aiuto, chiedendo a qualcuno di chiamare un'ambulanza. Ma lo sapevo che era morto.

Avrei fatto qualunque cosa per essere io al suo posto. Come faccio a dirlo a Jarrett, mio marito, pensavo, come faccio a dirgli che ho ucciso nostro figlio? Che l'ho dimenticato in macchina e che è morto? Come potrà mai perdonarmi?

Era stata una giornata mite, ma all'interno della vettura la temperatura era molto più elevata, sfiorava i 43 gradi. Bryce era morto di ipertermia, il cosiddetto colpo di calore. Speravo, invano, che si sarebbe risvegliato. Ed è questo il pensiero che più mi tormenta: lo rivedevo sveglio, affamato, che mi cercava, e io non c'ero.

Quando Jarrett è arrivato in ospedale, ero fuori di me dal dolore. Gli ho chiesto scusa. Lui si è messo a urlare, Ma quando anche lui ha capito, non mi ha più accusato. Anzi, mi ha sostenuta da quel momento in poi, persino quando sono stata accusata di omicidio colposo, maltrattamenti e abbandono di minore, imputazione poi ridotta a omicidio preterintenzionale. Il processo è stato un vero trauma. Ero di nuovo incinta e la mia vita era appesa a un filo. Quello che più di tormentava era il pensiero di dover lasciare la mia famiglia per scontare la pena in carcere: abbandonare mio marito, un altro figlio di 14 anni, era per me un dolore insopportabile. Alla fine, la giuria popolare ha decretato che si era trattato di un tragico incidente.

Mi sono sentita dire che mai più avrei dovuto mettere al mondo altri figli. La gente non capisce come succedono queste disgrazie, non immagina che possano capitare a chiunque, come le statistiche confermano. L'anno scorso, circa 49 bambini sono morti per un colpo di calore, in America, dimenticati in macchina dai loro genitori. È successo al figlio di un poliziotto, di un'assistente sociale, di uno scienziato.

Dalla morte di Bryce ho avuto altri tre figli. Certo, sono terrorizzata al pensiero di ripetere quello sbaglio. Ma non accetto che quanto è accaduto debba metter fine alla mia vita e annientarmi. Ho sbagliato, lo so, ma voglio continuare a vivere.

Lyn Balfour
(testo raccolto da Sophie Haydock © Guardian News & Media 2012 Traduzione di Rita Baldassarre)
Il testo originale e integrale e' pubblicato su Corriere della Sera del 23 gennaio 2012

Il mito dell'Alzheimer

Anche se noi tutti tendiamo a perdere gradualmente alcune funzioni cognitive man mano che invecchiamo, questo libro vuole dimostrare che non esiste una “malattia di Alzheimer” che si impadronisce di anziane vittime o che erode la nostra personalità. Qualora dovessimo ricevere un’etichetta di malattia di alzheimer o di "mci" (mild cognitive impairment, si tratta di uno stadio che per gli studiosi precede quello di demenza, ndr) dovremmo ricordare che il declino cognitivo non segue un’unica traiettoria né procede attraverso una serie di tappe obbligate. Questa non è una semplice disquisizione semantica sui termini “malattia di alzheimer” e “senilità”. Gli scienziati non concordano ancora su che cosa sia veramente l’Alzheimer. Come vedremo, si tratta di una malattia priva di una definizione chiara; non c’è consenso unanime sul modo di differenziare con certezza questa malattia dal normale invecchiamento, tanto che ogni diagnosi può essere solo “possibile” o “probabile”, e ogni singolo caso ha un decorso individuale e imprevedibile. Le terapie attualmente disponibili non sono efficaci e quando si parla di “cura” ci si basa sulla fede nella scienza e non su un’analisi accurata dei dati scientifici. Una cosa però la sappiamo: la malattia di alzheimer è diventata un’impresa multimiliardaria e l’etichetta di ad (=malattia di alzheimer) viene in gran parte promossa dalle aziende farmaceutiche e da alcuni illustri accademici. Questi e altri soggetti sfruttano da un punto di vista imprenditoriale la rappresentazione iperbolica dell’ad per focalizzare l’interesse sulla demenza, massimizzare il sostegno alla ricerca e tenere in piedi l’impero clinico che è stato costruito intorno all’alzheimer. La storia medicalizzata dell’ad genera paura, paranoia, angoscia ed emarginazione evocando immagini potenti, che condizionano i malati e la società. Una diagnosi di ad può corrispondere all’emissione di una sentenza che imprigiona nel braccio della morte intellettuale molte persone anziane che sono ancora in buone condizioni funzionali. Nel tentativo di rimuovere dal decadimento cognitivo quel senso di disonore che vi si associa, utilizzando un’etichetta che potesse assolvere gli individui da ogni colpa, abbiamo invece peggiorato l’ostracismo che i pazienti subiscono. Le parole che scegliamo per descrivere le malattie possono essere nocive da un punto di vista sia personale sia sociale.

Tratto integralmente da un libro che merita una lettura attenta e stimola alla riflessione: PETER WHITEHOUSE, Il mito dell’Alzheimer. Quello che non sai sulla malattia più temuta del nostro tempo, CAIROEDITORE, 2011, pag. 24

Usa la testa o finirai per perderla.

Contrariamente a quanto normalmente crede la maggior parte di noi, la memoria non invecchia come il resto del corpo. Certo si registra un certo declino con l'avanzare dell'età, ma non così grave da implicare problemi seri per la nostra vita, a patto però che si resti fisicamente ed emozionalmente sani. La maggior parte dei problemi legati alla perdita della memoria durante l'invecchiamento sono, infatti, dovuti all'inattività o alla mancanza di esercizio mentale. Come gli altri organi del corpo, il cervello si atrofizza se non viene usato. Molti studi in letteratura medica indicano nella continua stimolazione della nostra mente la chiave per mantenere vive le cellule cerebrali, per allontanare la perdita della memoria e forse anche per prevenire le forme di demenza senile.

A confermare questo corpus d'analisi arriva adesso un nuovo studio dei ricercatori della Mayo Clinic di Rochester, Minnesota, che hanno monitorato le abitudini di 197 soggetti compresi fra i 70 e gli 89 anni di età che lamentavano problemi a livello cognitivo o a cui era stato diagnosticato una perdita della memoria e di 1.124 soggetti della stessa età che invece non presentavano problemi di questo tipo. Ai partecipanti è stato chiesto di ricostruire una loro giornata tipo oggi e una loro giornata tipo di vent'anni prima, quanto avevano una età fra i 50 e i 65 anni.

I risultati hanno mostrato come i soggetti che avevano e hanno l'abitudine di leggere un libro ogni tanto, di usare il computer, di giocare o di praticare uno sport oppure di coltivare qualche hobby, come la ceramica o il cucito, hanno da un 30 a un 50 per cento di rischio in meno di sviluppare forme di perdita della memoria rispetto a coloro che non praticano nessuna di queste attività. Non solo, i soggetti che guardano la televisione per meno di sette ore al giorno hanno il 50 per cento di rischi in meno rispetto a coloro che passano più di sette ore davanti a uno schermo. Paradossalmente, però, se anche le ore passate davanti alla televisione sono poche, ma sono consecutive, il rischio di avere problemi di memoria torna a salire.

Inoltre, i soggetti che avevano l'abitudine di leggere usualmente riviste e di avere una vita sociale attiva durante la mezza età hanno un buon 40 per cento in meno di predisposizione ai problemi mnemonici rispetto ai loro pari età che non svolgevano queste pratiche. Al di là dello status e del contesto socio-culturale, ciascuno di noi può e deve mettersi sempre in gioco, sfidando se stesso, leggendo molto e prendendosi sempre cura dei propri affari, grandi o piccoli. Imparare un nuovo hobby, apprendere una lingua, scoprire dei nuovi giochi sono tutte cose che possono tenere in esercizio la mente. Gli scienziati, quasi tutti ormai, sono assolutamente convinti che queste attività mentali possono stimolare il nostro cervello e incrementare le nostre riserve cognitive e quindi le capacità del nostro cervello di superare o compensare gli squilibri causati da, eventuali, forme di demenza. In conclusione: usa la testa o finirai per perderla!

Fonte: HealthNews on-line (http://it.healthnews.com/salute-della-famiglia/invecchiamento)

Archiviare bene per ricordare meglio.

E' possibile aiutare la nostra memoria lavorando sul modo in cui archiviamo le informazioni.
Ecco un esempio: se chiedo a una persona "Il pomodoro è un attrezzo di cucina?" questa dovrà prestare attenzione al significato della parola -e quindi operare una codificazione semantica-, ma questa sua strategia non migliorerà il ricordo di quella parola quando a distanza di tempo gli chiederò se la parola "pomodoro" era nella lista che abbiamo scorso precedentemente. Se invece gli chiedo: "Il pomodoro è più molle di una prugna?" oppure "Hai mai fatto un sugo di pomodoro?" la memorizzazione è molto più efficace in quanto ho spinto quella persona a collocare un ricordo nell'ambito di un sistema di riferimento.

La codificazione elaborata non funziona perché "vogliamo" ricordare qualcosa, cioè siamo disposti a compiere uno sforzo, ma perché compiamo associazioni mentali e confrontiamo le nuove esperienze con quelle preesistenti. Uno studente che vuole migliorare la propria memoria di un argomento di scienze o di storia non ha successo se si limita a studiare e ripetere ma se interpreta ciò che deve ricordare: si pone domande, confronta, fa una scaletta delle sequenze logiche, inventa metafore, traccia analogie ecc.

Ricordare nuove informazioni comporta un vero e proprio lavoro attraverso cui inseriamo le novità nel contesto delle conoscenze esistenti e ristrutturiamo ciò che già conosciamo alla luce delle novità.

Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/_art/15278075/)

Sinistro e destro: quale è l'emisfero della memoria?

I due emisferi cerebrali codificano diversi tipi di memorie: le informazioni e memorie di tipo semantico (verbali) vengono decodificate dall'emisfero temporale medio e dall'ippocampo sinistro mentre le memorie e informazioni visive e spaziali coinvolgono analoghe strutture dell'emisfero destro e parte della corteccia frontale.

Il riconoscimento acustico di suoni conosciuti e le memorie musicali coinvolgono invece soprattutto l'emisfero occipitale destro. Questo spiega perché nelle persone in cui si verifica un'amnesia totale debbano essere necessariamente danneggiate le strutture del lobo temporale mediale e dell'ippocampo dei due emisferi, mentre i casi più lievi possono dipendere da lesioni più circoscritte e da un lato solo del cervello.

La maggior parte delle persone (circa il 60%) sono dotate di una buona memoria visiva, le altre (circa il 40%) di una miglior memoria verbale. Le prime dipendono in maggiore misura dall'emisfero destro del cervello: esse sono quindi più capaci di visualizzare i volti umani, mentre le seconde sono più in grado di rappresentare e descrivere col linguaggio in quanto sono dominate da un maggior ruolo dell'emisfero sinistro, responsabile delle funzioni linguistiche. Gli esercizi di visualizzazione servono a potenziare le capacità dell'emisfero destro.

Basta lamentarsi. Studiando, si impara e si migliorano memoria ed efficienza ;- )

Oggi che la tecnologia mette a nostra disposizione memorie virtuali di ogni tipo (da quella del cellulare al personal computer fino agli itinerari stradali suggeriti dai navigatori gps), sembra diventato inutile usare la nostra di memoria. In realtà la memoria umana va sviluppata ed allenata, anche oggi che sembra superflua, perchè serve a rafforzare il cervello e a mantenersi giovani. La memoria è strettamente legata all’intelligenza ed alla creatività, ed il suo incremento consente di accedere più velocemente alle informazioni, e di effettuare un maggior numero di associazioni mentali.

La memoria è anche identità. Noi siamo ciò che ricordiamo: i luoghi, le persone, gli episodi e le emozioni vissute costituiscono la nostra esistenza. Per capire l’importanza del ricordare, basti pensare a chi soffre di Alzheimer e di qualsiasi altra malattia che distrugge la memoria. Perdono gradualmente anche la propria vita, i ricordi e l’identità personale.
Ma come si fa a mantenere sveglio il cervello e a sviluppare la facoltà di memorizzare dati? Ecco alcune curiosità e qualche stratagemma per rafforzare ed espandere la vostra memoria:

1) Come i bambini sono tenuti a memorizzare i tempi verbali e le tabelline a scuola, così anche gli adulti possono lavorare con parole e numeri per sviluppare la memorizzazione. Ecco un esercizio semplice da fare: scrivete su un foglio una serie di numeri scelti a caso, partendo con una serie da cinque cifre ed arrivando gradualmente a nove. Ripetete senza guardare la serie scritta al ritmo di un numero al secondo, fin quando non sarete in grado di ripetere senza errori tutte e nove le cifre. Passate poi a serie di dieci numeri, undici numeri e così via, fin quando non raggiungete il vostro limite personale di capacità di memoria.
Ripetete poi gli stessi numeri, ma questa volta al contrario. L’esercizio dovrà poi essere ripetuto utilizzando parole, piuttosto che numeri.

2) Scrivete su un foglio quattro parole e dedicatevi ad altre attività per 5 minuti, al termine dei quali verificherete se ricordate le parole scritte. Aumentate gradualmente il tempo di intervallo a 10 minuti, poi ad un quarto d’ora fino ad arrivare a mezzora di pausa. Aumentate gradualmente l’elenco di parole da 4 a 10.
Altro esercizio consiste nel guardare un programma televisivo e verificare poi quante scene riuscite a riascoltare nella vostra mente.

3) Fate molti giochi che stimolino il cervello e la logica, ma non fissatevi sempre sullo stesso. Così come in palestra non si usano sempre gli stessi attrezzi così bisogna allenare la memoria con strumenti diversi. Sudoku, cruciverba, griglie logiche, rebus, anagrammi, enigmi, sono validi stimolatori della memoria, basta alternarli e non fissarsi solo su un gioco preciso.

Fonte: http://www.medicinalive.com/psicologia-e-medicina-della-mente/
Foto: courtesy of Flickr (www.flickr.com/photos/moleskineart/397834931/)

Perdita di memoria e demenza: sono la stessa cosa?

La malattia di Alzheimer rappresenta circa il 65% di tutti casi di demenza, che possono derivare anche da lesioni vascolari cerebrali (demenza vascolare e mista) e da specifiche malattie neurologiche, quali la demenza frontotemporale, la paralisi sopranucleare progressiva, la corea di Huntington, la degenerazione cortico-basale, la malattia con corpi di Lewy, la Parkinson-demenza, oltre che da altre svariate forme di demenza secondaria potenzialmente regredibili con la cura dell'affezione di base.

L'Alzheimer Association degli USA ha pubblicato un elenco dei principali sintomi premonitori della malattia (fase d'esordio) per aiutare i familiari a riconoscere la forma morbosa al suo stadio iniziale e, quindi, a potersi rivolgere per tempo al medico curante ( e per suo tramite alle unità specialistiche) con il vantaggio di contrastare fin dall'inizio il decorso della demenza con i vari tipi d'intervento e di supporto psicologico che oggi conosciamo.
Uno dei disturbi più frequenti in questa fase (e nelle successive) è rappresentato dalla perdita di memoria, che si presenta in modo più grave di quanto si possa osservare nelle persone sane, e da una certa difficoltà anche nello svolgere le più comuni attività della vita quotidiana. Il malato può andare incontro inoltre ( in tempi susseguenti ) a problemi di linguaggio ed essere spesso disorientato nel tempo e nello spazio, al punto da non ricordare il giorno della settimana e da non essere in grado, talvolta, di ritrovare la propria abitazione, dopo essere uscito di casa. Finisce poi col presentare inoltre difficoltà nel pensiero astratto e perde quindi la capacità di eseguire un calcolo aritmetico, colloca in modo inappropriato gli oggetti di casa e va soggetto a cambiamenti dell'umore e del comportamento, mostra una personalità che propende a modificarsi in modo molto evidente e denota in particolare una notevole mancanza d'iniziativa per il proprio lavoro, l'attività domestica e gli obblighi sociali. Il soggetto tende ad essere passivo, apatico ed evidenzia spesso segni di depressione.
La diagnosi della malattia di Alzheimer può essere quindi presunta, già in una fase iniziale, sulla base dell'anamnesi raccolta con l'aiuto di familiari e conoscenti, vale a dire l'unica fonte possibile d'informazioni che ci permette di ricuperare dati sul deficit cognitivo e sulla gravità del declino funzionale riguardanti il paziente.
Negli stadi seguenti e, in particolare, nella fase intermedia di malattia, che si manifesta di solito dopo 2-3 anni dall'esordio dei primi sintomi, il livello di attività si riduce progressivamente e, di conseguenza, aumenta necessariamente la richiesta di assistenza.
In questa fase peggiora ulteriormente la memoria recente, ma si deteriora anche la capacità di rievocare gli avvenimenti più lontani della vita, facoltà questa che all'inizio si era mantenuta integra. Scade anche il ragionamento e la capacità di comprensione, fino a che il paziente non risulta più in grado nemmeno di leggere e scrivere. Il malato è maggiormente disorientato nel tempo e nello spazio e non è più in condizione, come si è detto, di uscire di casa senza accompagnamento. A differenza della fase iniziale ora diventa spesso ansioso, aggressivo ed irritabile, sino ad arrivare a stati di grave agitazione e finanche alla aggressività fisica.

Possono manifestarsi in esso anche credenze immaginarie di tipo delirante, come ad esempio la convinzione che gli siano stati rubati oggetti di valore o che stia per essere segregato ed abbandonato. Possono essere abituali pure le errate identificazioni dei familiari, spesso scambiati per estranei e lestofanti. Questa fase intermedia può avere una durata variabile che può prolungarsi dai 3 ai 10 anni.
Nella terza fase di malattia, quella più avanzata, il malato diventa sempre più subalterno ed i sintomi dominanti, ai quali ovviamente non può essere essere attribuito il valore diagnostico di quelli premonitori dello stadio iniziale, sono ormai talmente progrediti da comprendere la perdita del linguaggio e della memoria, le allucinazioni e i disturbi gravi del comportamento, la difficoltà a deambulare e l'allettamento conseguente.

E' evidente che una diagnosi precoce della malattia permette sia l'inizio di un puntuale trattamento con i farmaci che si dimostrano attivi soprattutto nelle fasi iniziali ( Sherwin BB. Mild cognitive impairment: potential pharmacological treatment options. J Am Geriatr Soc 48: 431- 441, 2000 ), sia di ottenere, nel contempo, risultati sicuramente positivi, con interventi riabilitativi sul paziente, che si traducono generalmente in ripercussioni favorevoli anche a vantaggio del caregiver.

Memoria e menopausa.

La memoria e l’apprendimento subiscono un colpo durante la menopausa, ma il deficit spesso è solo temporaneo. E' quanto emerge da una nuova ricerca, pubblicata su Neurology, che rivela come la capacità di apprendimento ritorni all'inizio della post-menopausa.

La ricerca si è basata sull’osservazione della velocità di elaborazione, memoria verbale e memoria funzionale in 2.362 donne tra i 45 e 57 anni, seguite per più di quattro anni. Le valutazioni sono state effettuate nel corso delle quattro fasi di transizione: premenopausa (periodi mestruali normali); prima perimenopausa (alcune irregolarità, ma che non durano a lungo); tarda perimenopausa (mancanza del ciclo per 3-11 mesi); postmenopausa (senza il ciclo per un anno).

E' emerso che le donne tra il periodo iniziale di premenopausa e durante l’immediato ingresso in menopausa fornivano prestazioni cognitive diverse dal periodo dell’intera menopausa. Ma sorprendetemente il funzionamento cognitivo in realtà non subiva un declino in ogni gruppo. In realtà anzi, migliorava in tutti i gruppi. Ma le donne in tarda perimenopausa dimostravano meno velocità di elaborazione rispetto alle donne negli altri tre fasi.

Fonte: [Health24]

Una fonte di energia per la memoria.

Quando non ricordiamo qualcosa, è facile cadere nella tentazione di considerare il nostro cervello un po’ come un telefonino scarico.
E se fosse possibile ricaricarlo, come si fa con una batteria o una pila?

Sembra proprio che quella che sembra un’utopia di ere virtuali sia invece destinata a diventare realtà. Potremo ridare vita e linfa al nostro cervello, migliorando le capacità cognitive e di memoria con delle piccole e semplici scosse elettriche, opportunamente calibrate.

Si tratta di una nuova tecnica messa a punto da Alberto Priori direttore del Centro di ricerca per le neuronanotecnologie e la neurostimolazione dell’Irccs Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano. Stimolare attraverso la cute il cervello con piccole scosse elettriche servirebbe a potenziare la memoria e le capacità di reazione cerebrali.

Fonte: riportato integralmente da http://www.medicinalive.com/medicina-tradizionale/
nuove-frontiere/ricaricare-il-cervello-come-fosse-un-telefonino/
Foto: Flickr (www.flickr.com/photos/airosan/2484048996/)

Il cambiamento attiva la memoria.

La vita abitudinaria tende a impigrire le capacità mentali. Le novità stimolano la nostra mente e ravvivano il nostro spirito. Il professor Lawrence C. Katz – psicologo cognitivo americano e grande esperto di memoria – consiglia di apportare frequenti e continui cambiamenti alla propria vita: modificare la disposizione dei mobili in casa, seguire un tragitto diverso per recarsi al lavoro, indossare l’orologio sull’altro polso, fare dei viaggi o visitare posti nuovi.

Variare le proprio abitudini amplia il repertorio dei possibili percorsi e aumenta l’estensione e le connessioni interne della nostra rete neuronale. Questo rappresenta una condizione utile per una maggiore capacità di associazione, per una creatività vivace e una maggiore flessibilità nel modo di pensare.

Foto: courtesy of Flickr (http://www.flickr.com/photos/marcomancini/2358293322/)

La memoria delle mamme è tutta per il bebè!

La gravidanza non rende le donne smemorate: il mito che il cervello delle signore in gravidanza subisca una perdita di colpi è stato sfatato da uno studio condotto dai ricercatori dell`Australian National University guidati da Helen Christensen. La ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sul British Journal of Psychiatry, è stata condotta su 1.241 donne di età compresa tra i 20 e i 24 anni: e dai risultati non sono emersi cambiamenti significativi nella memoria e nell`agilità mentale delle donne in dolce attesa.

Gli scienziati hanno scoperto che la memoria delle donne non subisce deficit durante la gravidanza: "Il problema è che i manuali di gravidanza affermano che le donne possono andare incontro a problemi di memoria e di concentrazione - spiega Christensen -. Per questo le donne e i loro partner sono pronti ad attribuire alla gestazione ogni piccola dimenticanza".

Quello che capita, in realtà, "è che le donne incinte spostano la loro attenzione dalle questioni di lavoro a quelle che riguardano la gravidanza e la nascita del bimbo, e può capitare che quindi si `distraggano` rispetto alle mansioni lavorative e ordinarie - conclude Christensen -. Tuttavia, questo spostamento del focus attenzionale è adattivo, e certamente non può essere etichettato come `deficit cognitivo` come è stato fatto finora".

Fonte: Il Sole 24 ore
La ricerca: The British Journal of Psychiatry (2010) 196: 126-132. doi: 10.1192/bjp.bp.109.068635
Foto: http://www.flickr.com/photos/hoffpauir/2323412156/

La memoria ha bisogno di denti puliti (ma sarà vero? mah...;-)

Lavarsi i denti potrebbe aiutare 'a ricordare', almeno le persone un po' piu' in la' con gli anni: infatti il cattivo stato di salute della bocca sembra associato a problemi cognitivi, di memoria e di ragionamento negli adulti. Lo dimostra uno studio di James Noble del Columbia College of Physicians and Surgeons a New York City. Pubblicato sul Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry, lo studio e' stato condotto su 2300 persone di 60 anni o piu'. Gli esperti hanno controllato lo stato di salute della loro bocca e li hanno sottoposti a test cognitivi e di memoria. E' emerso che gli adulti con una bocca piu' trascurata, con gengivite e perodontite, hanno anche piu' problemi cognitivi e di memoria. In precedenti studi la salute orale e' stata legata a malattie cardiovascolari, diabete e Alzheimer; questo studio, quindi, va a sommarsi a una serie di dati che legano la salute orale a quella di altre parti del corpo, in particolare il cervello. Un motivo in piu', quindi, per avere una buona igiene orale e andare dal dentista ogni tanto, concludono gli esperti.

Notizia: ANSA on line, 13 nov 2009
Foto: http://www.flickr.com/photos/dcsejpal/2138831766/

Droga e memoria: pessima accoppiata.

Problemi di memoria legati all'uso frequente di ketamina. A svelare gli effetti del consumo massiccio di questa sostanza - ribattezzata 'Special K' e nata come anestetico, capace di indurre allucinazioni ed esperienze 'extra-corporee' - usata in occasione di party, rave o feste in discoteca, sono i ricercatori dell'University College di Londra (GB). L'equipe ha condotto una serie di test di memoria e psicologici su 120 persone, scoprendo che chi prende spesso ketamina fatica a ricordare nomi, conversazioni e altri dettagli.

Precedenti studi avevano dimostrato che la sostanza può causare problemi ai reni e alla vescica. Ora, come si legge su Addiction, i ricercatori hanno scoperto che chi fa uso frequente di ketamina totalizza punteggi significativamente peggiori nei test di memoria, facendo anche il doppio degli errori rispetto agli altri. E la performance cala ancora a distanza di un anno. Non solo, sembra che in generale tutte le persone che assumono ketamina abbiano credenze insolite, ad esempio tendano a sviluppare teorie di complotti. "L'uso di ketamina è cresciuto più rapidamente rispetto ad altre droghe in Gran Bretagna, in particolare fra i giovani, e questa sostanza - sottolinea Celia Morgan, responsabile della ricerca - è diventata una 'club drug' di tendenza. Molti dei giovani che ne fanno uso, però, non si rendono conto degli effetti dannosi e del fatto che può creare dipendenza. Dobbiamo assicurarci - dice alla Bbc online - che questi consumatori siano informati delle conseguenze potenzialmente negative di un pesante uso della ketamina".

Articolo tratto da ADNKronos Salute online.
Foto: http://www.flickr.com/photos/blacksunr1se/539364041/

Il secolo che sta volgendo al termine è stato dominato dagli acidi nucleici e dalle proteine. Il prossimo si concentrerà sulla memoria e sul desiderio. Sarà in grado di rispondere alle domande che questi temi sollevano?
François, Jacob, Il topo, la mosca e l’uomo (1998)